Non c’è più posto per il gioco lecito?

  • Giugno 19, 2017
  • Scritto da Ac

Emilia-Romagna, Lombardia, e poi Roma, Napoli, Bolzano e altri: così lo Stato prende le distanze dal gioco legale.

 

Può lo Stato – a livello centrale o attraverso le sue diramazioni locali – prendere le distanze dalla legalità? La domanda (puramente retorica) non avrebbe bisogno di alcuna risposta esplicita. Che è del tutto scontata, predefinita, inevitabile. Ed è un secco no, che non necessita neppure di spiegazioni. Semplicemente, non può.

Non è pensabile – né tanto meno ammissibile – che sia proprio lo Stato a vanificare i suoi stessi sforzi compiuti nel tempo per portare la legalità in un comparto economico (e produttivo, anche, non dimentichiamolo), finendo col favorire le attività borderline se non addirittura criminali.

Eppure, per quanto assurdo possa sembrare, accade proprio questo, nel settore del gioco pubblico. In quel comparto, cioè, faticosamente costruito negli ultimi quindici anni da un Legislatore attento (allora molto di più) a riportare la situazione del Paese in un contesto di legalità, dopo una vera e propria esplosione dell’offerta di gioco illecito su tutto il territorio nazionale. Salvo poi perdersi per strada (va detto), negli anni successivi, lasciandosi prendere la mano in quel processo di emersione progressiva, fino ad arrivare ad un surplus dell’offerta, che sarà pure legale, adesso, ma comunque eccessiva. Per una nuova “esplosione”, evidenziata da più parti, ma comunque ben diversa da quella precedente. E non solo perché stavolta è proprio lo Stato a guadagnarci e non più la criminalità: ma anche sotto il profilo della sicurezza per i giocatori, visto che adesso si può parlare di gioco con vincita certa, programmata (per legge, e non per mano del gestore dei giochi), e tutelata. Ma oltre a questi sacrosanti principi, che al giorno d’oggi si vorrebbe (e dovrebbe) dare per scontati – e che invece, ahinoi, non basta mai ricordare – la differenza principale rispetto al passato è che nella gestione del gioco lo Stato può adesso confrontarsi con una filiera, con degli operatori e una vera e propria industria, nel proporre (imporre?) nuove regole, limitazioni e perché no, anche nuove restrizioni. Come avviene da diversi anni a questa parte. E come certo non poteva avvenire prima, quando il settore era in mano alla criminalità (anche non necessariamente tre organizzata).
Oggi lo Stato ha di fronte a sè un interlocutore diretto, con cui poter dialogare e confrontarsi e al quale poter chiedere degli sforzi, anche economici, per rispondere a determinate esigenze pubbliche: che siano di carattere economico o sociale, poco importa. Purché legittime, come sono senz’altro quei sani principi che vengono spesso richiamati affrontando la materia gioco: dal diritto alla salute e alla cura, a quello del risparmio, a quello della tutela dell’ordine pubblico fino al diritto di impresa. Tutti principi, peraltro, chiaramente espressi (e teoricamente garantiti) dalla Costituzione (almeno sulla Carta). Nonostante tale sistema abbia sostanzialmente funzionato, pur con i tanti difetti che abbiamo puntualmente evidenziato in questi anni, e che anche oggi ricordiamo (partendo proprio dagli eccessi distributivi), lo Stato sembra sul punto di fare una clamorosa marcia indietro, facendo vacillare la filiera e finendo col pregiudicare non solo le proprie casse, ma anche quelle delle imprese e le centinaia di migliaia di posti di lavori ad esse collegate. E con gli spaventosi rischi in termini di ricaduta nell’illegalità che si spalancano nel prossimo e immediato futuro, in questo continuo sgretolamento del sistema del gioco legale.
Anche se il Governo (quello attuale, come i precedenti) continua a ricordare la necessità di mantenere un presidio statale sul gioco, rilanciando il sistema concessorio e promuovendo un (presunto) piano di riordino, quello che avviene nei fatti è ben distante da questi proclami. Con lo Stato (sia pure attraverso gli enti locali e le amministrazioni regionali) che continua ad espellere il gioco legale dai territori. Con la complicità (o comunque, il silenzio-assenso) del Governo stesso, che nulla sta facendo per fermare il declino a cui si assiste da qualche anno.
Mentre l’Esecutivo parla di razionalizzazione dell’offerta (giustamente, almeno nel principio di base), Comuni e Regioni continuano a emanare provvedimenti espulsivi che chiudono le porte delle città al gioco legale. Sia pure senza preoccuparsi di spalancarle al ritorno di quello illegale. Accade in Emilia-Romagna e in Lombardia, dove la situazione sta esplodendo in queste ultime ore, come pure in Piemonte, oppure a Napoli, a Bolzano, è così via.
Tutti territori dove sarà impossibile mantenere un’offerta di gioco legale e, quindi, un presidio di legalità. Oltre a determinare la chiusura di molte imprese, in un periodo dove l’occupazione non è certo il pezzo forte del nostro Paese. Anzi.
Per questo, abbiamo detto in premessa, lo Stato sta di fatto prendendo le distanze dalla legalità. E da qui la nostra domanda di apertura. Un interrogativo che si stanno ponendo da mesi gli addetti ai lavori del comparto e che continuano a porsi disperatamente in queste ultime ore, senza riuscire a trovare risposte.
Adesso la domanda viene rivolta direttamente alla politica e alle istituzioni. Dopo gli sviluppi degli ultimi mesi, che tra il degenerare delle situazioni sui territori e il susseguirsi degli inasprimenti dettati dalle manovre finanziarie, pongono la filiera sull’orlo del baratro, in cerca di soluzioni che non sembrano più a portata di mano e, anzi, appaiono sempre più lontane e difficili da individuare. Dopo l’assemblea pubblica di Torino, nei mesi scorsi, quando al centro dell’attenzione c’era la legge del Piemonte, ora l’Associazione Assotrattenimento di Confindustria, insieme a quella dei ricevitori e Tabaccai (Sts-Fit), organizza un nuovo incontro della stessa portata a Milano, per parlare sì della legge regionale e dei suoi effetti – sul comparto e sul territorio – ma con inevitabili riferimenti e riflessi sulla situazione generale che riguardano ormai tutti i territori, anche in virtù della mancata “soluzione” attesa da troppo tempo in Conferenza unificata. Molto spesso accade che la politica e gli amministratori locali ignorino completamente le ricadute che i provvedimenti da loro adottato abbiano o possano avere sul territorio. Lo vediamo ogni giorno, nel settore del gioco soprattutto, e anche troppo spesso: come è emerso in maniera chiara ed evidente in Liguria, dove la “battaglia” al gioco pubblico sbandierata ai quattro venti per mesi da parte dell’amministrazione è finita con lo slittamento dell’applicazione sostanziale della legge regionale sui giochi, reso inevitabile dagli effetti devastanti che la norma locale portava con sè, di cui ci si è resi conto solo all’ultimo momento. Un precedente che non può e non deve essere ignorato, né dal governo, né tanto meno dagli Enti locali. Nella speranza, tuttavia, che l’Esecutivo faccia un coraggioso passo in avanti, e una volta per tutte, nei confronti del gioco; invece di una clamorosa marcia indietro.
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