Garrisi (ceo Stanleybet) ad Agimeg: “Pronti all’accordo con lo Stato italiano ma dobbiamo essere risarciti del passato”

dal nostro inviato a Malta – Dopo il rinvio alla Corte di giustizia europea da parte del Tribunale di Parma, i vertici della Stanley hanno detto di volere raggiungere un accordo con lo Stato italiano per evitare che una sentenza possa provocare ulteriori problemi. Agimeg ha incontrato il ceo dell’azienda, Giovanni Garrisi, presente alla manifestazione Sigma, in corso a Malta.

Cosa pensa che possa succedere con la sentenza della Corte di giustizia europea? Lei ha detto che qualunque decisione prendano saranno problemi per tutti.

“La Stanley ha chiesto già dal 2016 di pagare le tasse, compresi gli oneri accessori, le garanzie da fornire e tutto quello che compete normalmente i titolari di concessione. Perché attualmente noi paghiamo le tasse a Malta, dato che è Malta ad averci autorizzato. Mentre l’Italia ha fatto di tutto per non farci entrare. Quindi, la pretesa italiana di farci pagare le tasse, in qualche modo non è legittima. Perché si è trasformata in una sanzione. Tant’è che all’inizio era identica a quella pagata dai concessionari, poi nel 2015 fu modificata e fu parametrata al triplo della raccolta media provinciale. Creando una evidente sperequazione tra ctd e gli altri.
Lo stesso giudice di Parma, con parole sue, nell’ordinanza di remissione mette in evidenza che questo balzello è la continuazione della discriminazione contro Stanleybet”.

Ricordiamo a quale delle varie voci fiscali ci riferiamo, in questo caso?

“Parliamo della cosiddetta imposta unica, che ogni operatore autorizzato deve allo Stato. È una percentuale del profitto lordo. Per i ctd la calcolano sulla raccolta, come avveniva prima anche per i concessionari, e hanno triplicato il parametro di riferimento.
Domanda. C’è da dire che il ctd non assolve ad altri obblighi che competono i concessionari.
Risposta. Ma non è il ctd che li deve assolvere, è la Stanley. E già dal 2016 la Stanley si è offerta di farsi carico di tutti gli oneri che già competono i concessionari, come le garanzie o il collegamento al totalizzatore nazionale.
Questo è anche l’argomento dello scambio di corrispondenza tra il nostro ceo, John Whittaker, e Adm. Proprio ieri è arrivata una risposta che possiamo definire tecnica. I Monopoli esprimono delle preoccupazioni che secondo noi possono essere superate”.

Quindi, non hanno ancora detto che potete pagare come gli altri ed essere equiparati ai concessionari?

“No”.

Immaginiamo che lo Stato italiano dica: “Ok, Stanley. Regolarizziamo tutto e vi inglobiamo nel sistema legale”.

“No, noi siamo già inglobati nel sistema legale. Non siamo equiparati ai concessionari, perché mancano tutti quegli oneri ai quali accennavo prima. E di cui siamo disposti a farci carico”.

Ipotizzando che quindi riusciste a raggiungere un accordo per pagare tutte le tasse in Italia, smettereste di pagare le tasse a Malta?

“Certamente. Abbiamo già parlato di questo con l’authority maltese. Ma noi smetteremmo di pagare a Malta le tasse che riguardano la nostra attività in Italia. Noi operiamo anche in altri Paesi emergenti, in cui sfruttiamo la licenza maltese. E per quelli continueremmo a pagare le tasse a Malta. Dove d’altra parte abbiamo già raggiunto il cap. Quindi, per loro non cambierebbe nulla”.

Questo perché a Malta c’è un tetto massimo che un operatore deve pagare. E voi raggiungete quel limite già con il business che sviluppate fuori dall’Italia?

“Esatto. E io sarò sempre grato all’autorità maltese che in questi anni ci ha supportato e sostenuto. E oggi ci sta sostenendo anche in un processo di internazionalizzazione, come per esempio in Sud America dove stanno facendo una regolamentazione con molta difficoltà. Mentre l’esperienza dell’authority di Malta è un patrimonio prezioso per tutta l’Europa”.

Beh, a proposito di nuove regolamentazioni, tra un mese arriva la Svezia.

“Certo. E noi abbiamo partecipato al processo di consultazione per la regolamentazione svedese”.

Ma tornando all’Italia, lei diceva che bisogna pensare al futuro. Vuol dire che si azzera il passato?

“No, ci mancherebbe, io devo essere risarcito. I problemi del passato li risolve la magistratura. Noi abbiamo delle richieste di Aams e di altri che meritano il contrasto della magistratura, nella quale abbiamo il massimo della fiducia”.

Ma il clima politico italiano, che nei confronti del gioco ha sicuramente un atteggiamento che tanti definiscono aggressivo, può incidere sull’esito di queste trattative? Se gli stessi concessionari si sentono penalizzati, perché lo Stato dovrebbe far pace con chi considera fuori delle proprie regole?

“Perché gli conviene. Pensi cosa può succedere se noi vinciamo alla Corte di giustizia europea? Ha idea del dolore e delle sofferenze che noi infliggeremmo, necessariamente? Perché noi dobbiamo essere risarciti”.

Suona come una minaccia.

“No, non ho mai fatto delle minacce. Ho sempre fatto quello che ho detto. Ho chiamato in giudizio chi ci danneggiava, per essere risarcito. Ma c’è un aspetto di danno erariale pazzesco. Noi da giugno 2016 chiediamo di sostenere gli stessi oneri dei concessionari. È stato acclarato che alla Stanley non si poteva applicare alcuna sanzione penale, secondo la magistratura italiana. Quindi, per essere del tutto legittimati ci manca solo di pagare le tasse”.

Ci sarebbero anche delle norme più restrittive sul piano operativo, rispetto a quelle della licenza maltese, no?

“Sì, ma noi ci siamo progressivamente adeguati alle norme sul massimale di vincita, la giocata unitaria e così via. Abbiamo annullato il millionaire, che pagava un milione di euro a chi vinceva, proprio per non stare la di fuori della normativa Adm”.

In definitiva , nonostante il clima politico, lei è fiducioso che lo Stato italiano sia pronto a trovare un accordo con Stanley?

“Posso dire che il ministero dell’Economia mi sembra molto interessato a quello che sta avvenendo. Non so quanto la situazione politica generale possa aiutare o meno questo processo. Certo, senza una benedizione politica, difficilmente Adm potrà adottare le misure che noi chiediamo. Noi chiediamo di disapplicare delle norme, alla luce di sentenze della magistratura ordinaria, e di utilizzare un potere impositivo che non sanno di avere. In questo modo, Stanley rientrerebbe nella legittimità senza alcun intervento legislativo”.
gpm/AGIMEG

 

Precisazioni su intervista a Giovanni Garrisi

Ecco le precisazioni di Giovanni Garrisi, Ceo di Stanleybet, sull’intervista rilasciata ad Agimeg questa mattina.

“Al direttore responsabile di Agimeg

Come ho avuto modo di rappresentare rispondendo a una mail del giornalista che mi ha intervistato per conto della vostra testata, non ho riconosciuto nelle due risposte che mi aveva sottoposto per verifica, lo spirito e il senso del mio intervento. Intendo quindi precisare con determinazione che il mio è un genuino atteggiamento di ricerca di una soluzione del tutto pacifica nel futuro negoziato con le autorità italiane. Mentre il testo pubblicato, in quei termini, può essere assoggettato a equivoci o malintesi che non gradirei e che non rispecchiano assolutamente né il mio pensiero né il mio atteggiamento. Ribadisco che il mio atteggiamento oggi è e resta di continua ricerca di soluzioni pacifiche con le Autorita’ Italiane per chiudere definitivamente ogni tipo di contenzioso.

Grazie per la disponibilità”

Fonte originale AGIMEG

AGNELLO: ‘IL CASO PARMA RINVIATO ALLA CGE DECISIVO A LIVELLO NAZIONALE’

  • Scritto da Ca

L’avvocato Daniela Agnello analizza il provvedimento di rinvio alla Corte di Giustizia EU in materia di imposta unica sulle scommesse, emesso dalla Ct di Parma.

 

 

 

“Sono tre i quesiti pregiudiziali in materia di imposta unica e di discriminazione fiscale proposti dalla Commissione Tributaria Provinciale di Parma alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea così come richiesti dalla Stanleybet Malta Limited e dalla ricevitoria affiliata Stanley Parma s.a.s., difesi dall’avv. Daniela Agnello e dall’avv. Vittoria Varzi. Nei diversi provvedimenti si ripercorrono le vicissitudini penali e amministrative di Stanleybet e sono evidenziate tutte le distorsioni del sistema dei giochi che negli anni più recenti si sono tradotte nella nuova forma di discriminazione fiscale”. E’ il commento dell’avvocato Daniela Agnello che segue ormai la società anglomaltese, Stanleybet, su tutte le sue vicende giudiziarie in rapporto al conflitto con il regime concessorio di scommesse d’Italia.

Cos’è successo, quindi, a Parma? “La Commissione ha richiamato la sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato l’illegittimità della normativa con riferimento alle annualità d’imposta precedenti al 2011 e ha sollevato sostanziali dubbi interpretativi sulla normativa nazionale per le annualità successive al 2011 – spiega la Agnello – i Giudici tributari hanno accolto le richieste della difesa che ha sempre ritenuto che il rinvio degli atti alla Corte europea fosse necessario per risolvere definitivamente il contrasto tra il diritto nazionale e il diritto eurounitario e per evitare che interpretazioni divergenti e contrastanti da parte delle Commissioni Tributarie Provinciali e Regionali potessero compromettere la certezza del diritto”.

Insomma, l’intervento della Corte di Giustizia fornirà un’interpretazione sull’ambito di applicazione dell’Imposta Unica “non solo con riguardo al procedimento sospeso ma anche con riferimento a procedimenti analoghi, pendenti dinanzi a diverse Commissioni Tributarie in Italia”, prosegue il legale.
La Agnello fa la storia di questo centro scommesse: “Il procedimento riguarda la legittimità di avvisi di accertamento emessi da Adm, con i quali si richiede il pagamento dell’Imposta Unica sulle scommesse in via principale alla Ricevitoria e in via solidale a Stanleybet.
Nel provvedimento di rinvio assume rilevanza la storia processuale del centro che ripercorre e racchiude 20 anni di giurisprudenza resa in sede penale e amministrativa in favore di Stanleybet. Sono stati rinviati alla Corte di Giustizia gli atti di un centro che ha chiesto più volte alla competente Questura di Parma il rilascio dell’autorizzazione di polizia e di licenza ex art. 88 TULPS per l’attività di trasmissione dei dati e ha ripetutamente invocato l’avvio dei controlli di ordine pubblico e sicurezza. Il Questore ha emesso provvedimenti di cessazione immediata dell’attività e il Tribunale Amministrativo Regionale e il Consiglio di Stato hanno accolto l’istanza cautelare e il merito dei procedimenti”.
Ripercorsa la storia del Ctd in questione: “Il centro ha subito perquisizioni, sequestri e procedimenti penali con la contestazione del reato di organizzazione abusiva di scommesse in assenza di autorizzazione e licenza. Il Tribunale del Riesame di Parma ha disapplicato la normativa italiana, ha dissequestrato il centro e ha accolto il ricorso. La Procura di Parma ha formulato richiesta di archiviazione del procedimento e il Giudice per le Indagini Preliminari ha emesso decreto di archiviazione del procedimento penale.
Dopo il bando Bersani, gli Agenti della Guardia di Finanza di Parma hanno effettuato nuovamente il sequestro delle attrezzature telematiche con la contestazione del reato di cui all’art.4 L.401/89. Il Giudice per le Indagini Preliminari presso il Tribunale di Parma ha disposto la nuova archiviazione del procedimento e il dissequestro dei beni con disapplicazione della normativa italiana.
Dopo il bando Monti gli Agenti della Guardia di Finanza, Compagnia Parma, hanno effettuato nuove annotazioni di servizio e nuova notizia di reato di cui all’art.4 L.401/89”.
E’ la storia di un centro Stanleybet che, sempre secondo la Agnello, “racchiude in sé le problematiche subite dalle ricevitorie italiane di un operatore estero in continua ricerca di un accesso al sistema concessorio alle medesime condizioni dei concessionari italiani, in applicazione dei principi di diritto che riconoscono la sua attività come lecita e legittima.
Nell’ambito di tale contesto fattuale e giuridico si inseriscono i vari Avvisi di accertamento notificati da ADM per le diverse annualità fondati su una normativa la cui compatibilità con il Trattato viene messa in dubbio dai tre quesiti del Giudice tributario di Parma”, conclude.

Scommesse, betting tax, Whittaker (chairman Stanleybet): “Iniziato dialogo con Adm”. Garrisi (ceo Stanleybet): “Mi appello ai concessionari storici perché collaborino per favorire processo di integrazione”

La Commissione Tributaria Provinciale di Parma, in accoglimento della richiesta della difesa di Stanley e di un CTD ad essa affiliato, rappresentati in giudizio dagli avvocati Daniela Agnello e Vittoria Varzi, ha disposto il rinvio degli atti alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, sollevando gravi e ben motivati dubbi sulla compatibilità con il diritto dell’Unione della norma italiana che introduce la betting tax per i CTD. La vicenda – si legge in una nota di Stanleybet – è nota e può così riassumersi: nel 2000 viene bandita in Italia la prima gara per le scommesse sportive. Stanley, primario gruppo inglese quotato alla borsa di Londra, si propone di entrare nel mercato italiano. Ciò viene ostacolato da clausole escludenti contrarie al diritto dell’Unione, poste a protezione degli operatori dominanti del settore. È questa la conclusione della Magistratura italiana, che negli ultimi 18 anni, in diverse migliaia di casi e in applicazione di ben 4 sentenze della Corte di Giustizia (casi Gambelli, Placanica, Costa-Cifone e Laezza), disapplica le norme di diritto interno per la contrarietà al diritto dell’Unione di tutte le gare bandite dallo Stato italiano (gara del 2000, gara Bersani, gara Monti), e per l’effetto dissequestra e assolve sistematicamente i CTD Stanley. Di fronte all’impossibilità di fermare l’entrata nel mercato italiano di Stanley, viene realizzata una nuova discriminazione, questa volta attraverso lo strumento fiscale. La legge di stabilità del 2011, infatti, introduce l’obbligo per i CTD di pagare l’imposta unica, dichiarando nelle premesse di essere diretta ad equiparare il gioco lecito al gioco illecito. Sennonché, tenuto conto che i CTD Stanley sono sistematicamente assolti dalla Magistratura e la loro attività viene considerata pienamente lecita, risulta palese la nuova e ulteriore discriminazione che viene perpetrata nei loro confronti rispetto agli agenti di Snai, Eurobet, Sisal, etc., che non sono sottoposti al medesimo tributo. È vero che i concessionari pagano direttamente l’imposta sulle scommesse, ma lo stesso fa Stanley che paga l’imposta in favore del Paese (Malta) che l’ha autorizzata, non certo in favore di quello che le ha sistematicamente impedito l’accesso. Da qui l’ovvia conclusione, fatta propria dal giudice tributario di Parma: l’imposta unica per i CTD non è una tassa ma una sanzione dissimulata, diretta a scoraggiarne l’attività. Ne consegue chiaramente che la discriminazione contro Stanley continua attraverso la via fiscale.
È necessario ora attendere il vaglio della Giustizia Europea, ricordando che la Corte Costituzionale ha già dichiarato l’incostituzionalità della norma, per quanto riguarda la sua retroattività a periodi antecedenti all’entrata in vigore della legge. Per i periodi successivi, appunto, la parola ora è al Giudice europeo.
«Siamo fiduciosi che la materia possa essere risolta prima del giudizio della suprema Corte Europea, che richiederà almeno 1 anno». È questa la posizione di John Whittaker, Chairman di Stanley, raggiunto al telefono nel suo ufficio di Liverpool, che prosegue svelando che «A questo fine, ho avviato fin dallo scorso mese di luglio 2018, informandone il Ministero dell’Economia, un colloquio costruttivo con l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, che per ora ha assunto solo la forma di uno scambio epistolare. Proprio ieri ci è pervenuta una prima risposta ‘tecnica’ di ADM, su cui non posso entrare nel merito, ma le cui preoccupazioni penso possano essere superate se c’è buona volontà per la ricerca di una soluzione da entrambe le parti».
Sulla stessa linea Giovanni Garrisi, CEO di Stanley, intervistato questa mattina nell’avveniristico stand della compagnia al SIGMA, la più importante esibizione annuale dell’industria a Malta. «Sono rispettoso e orgoglioso per essere ancora una volta al cospetto dei giudici dell’Alta Corte europea, ma anche preoccupato». Perché preoccupato? È stata la ovvia domanda dell’intervistatore maltese. «Questa è una vicenda che dura da 18 anni. Anche se la Corte di Giustizia dovesse esprimere un giudizio a favore di Stanley mi chiedo che cosa succederebbe dopo. Ci troveremmo comunque a dover rispondere in futuro, sia noi che i funzionari ADM, per tutto il tempo e le risorse sprecate e per non essere stati capaci di evitare tutti i pregiudizi e i danni che questa contrapposizione ha arrecato e sta arrecando a tante persone e alle loro famiglie, nessuno escluso. Lo scontro va raffreddato. So che John Whittaker e ADM, sotto l’attento occhio del Ministero dell’Economia, hanno cominciato a parlarsi. Auspico che la saggezza prevalga e che gli attuali problemi possano essere risolti anche prima del giudizio della Corte. Faccio appello a Snai, Sisal e Lottomatica, che sono i Concessionari storici, a collaborare con noi e ADM per favorire questo processo di integrazione, nel migliore interesse di tutti nel settore». lp/AGIMEG

UE: ‘RESTRIZIONI A PUBBLICITÀ GIOCO SIANO GIUSTIFICATE E PROPORZIONATE’

  • Scritto da Anna Maria Rengo

Il Parlamento europeo afferma che le restrizioni alla pubblicità del gioco da parte degli stati membri devono essere giustificate e proporzionate.

“Le misure adottate da uno Stato membro per attuare il proprio regime nazionale in materia di tutela dei consumatori, anche per quanto concerne la pubblicità del gioco d’azzardo,dovrebbero essere giustificate, proporzionate all’obiettivo perseguito e necessarie ai sensi della giurisprudenza della Corte. In ogni caso, uno Stato membro ricevente non deve adottare misure che ostino alla ritrasmissione, sul proprio territorio, di trasmissioni televisive provenienti da un altro Stato membro”.

Lo si legge nella Direttiva (Ue) 2018/1808 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 14 novembre 2018, recante modifica della direttiva 2010/13/Ue, relativa al coordinamento di determinate disposizioni legislative, regolamentari e amministrative degli Stati membri concernenti la fornitura di servizi di media audiovisivi (direttiva sui servizi di media audiovisivi), in considerazione dell’evoluzione delle realtà del mercato. La Direttiva, pubblicata sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione Europea di oggi, afferma inoltre che “è importante tutelare efficacemente i minori dall’esposizione a comunicazioni commerciali audiovisive connesse alla promozione del gioco d’azzardo. In tale contesto, a livello dell’Unione e nazionale esistono vari regimi di autoregolamentazione o di coregolamentazione intesi a promuovere il gioco d’azzardo responsabile, anche nelle comunicazioni commerciali audiovisive”.

Fonte originale GiocoNews

L’ITALIA ANTI-GIOCO E LA LEZIONE DELLA BREXIT

  • Scritto da Alessio Crisantemi

La spinta populista/sovranista che ha portato alla Brexit è destinata a scontrarsi con la realtà, con i “contro” che superano i “pro”: proprio come la lotta al gioco d’azzardo.

 

Il populismo non è solo un fenomeno italiano, lo sappiamo bene. E’ più che evidente, al contrario, quanto sia diffuso e ormai generalizzato il ricorso alle piazze e il parlare alla pance dei cittadini, in gran parte dei paesi del mondo. Soprattutto nelle democrazie ritenute “più evolute”, dove evidentemente la crisi economica ha lasciato i peggiori strascichi, alimentando un clima di sfiducia nella politica e nelle istituzioni. Basta guardare ciò che accaduto in Grecia prima, e in Regno Unito poi, senza dimenticare neppure le ultime evoluzioni che hanno interessato la Francia, per rimanere in Europa, o gli Stati Uniti, arrivando a guardare anche oltreoceano. Tutti casi in cui la spinta populista ha scombussolato gli equilibri politici e ridisegnato gli equilibri del potere. Ma se già la Grecia avrebbe dovuto già insegnare qualcosa agli altri popoli, la lezione maggiore potrebbe arrivare ora dalla Brexit. Sì, perché dopo gli slanci sovranisti e tendenzialmente nazionalisti della maggior parte dei britannici, assecondati da una classe politica emergente “anti-sistema”, quando è giunto il momento di fare i conti con la realtà e affrontare la situazione in concreto, sono emersi i primi problemi. E le prime perplessità. Al punto che, dopo numerosi passi indietro (da notare le varie dimissioni nel governo Uk), si è giunti a un accordo tra Europa e Regno Unito che lascia addirittura ipotizzare l’abbandono del piano di uscita. O, meglio, anche se il governo è deciso ad andare avanti (pur avendo negoziato condizioni al ribasso e ben diverse da quelle che venivano promesse in campagna referendaria), il piano dovrà essere approvato ora dal Parlamento inglese, nel quale si annunciano molti contrari (oltre 90 i conservatori che si dichiarano sfavorevoli a queste condizioni). Troppi, calcolatrice alla mano, per vedere approvata l’uscita dall’Eurozona.

Così, se non verrà individuata una soluzione alternativa, le strade possibili rimangono due: o salta il governo e si torna alle elezioni, oppure si torna a votare esclusivamente la Brexit, con un secondo referendum che sembra ogni giorno più probabile. Nel caso in cui si tornasse davvero a chiedere il parere dei britannici sull’uscita dall’Europa, i sondaggi parlano questa volta di superamento della Brexit, visto che molti cittadini, impauriti dalle conseguenze palesate oggi, questa volta andrebbero di corsa alle urne e nella maggior parte dei casi per impedire il processo e non per appoggiarlo. Un caso che dovrebbe far riflettere anche gli italiani. E la nuova classe dirigente, visto il diffondersi di un certo consenso rispetto ai piani sovranisti che non promettono nulla di buono, stando alla risposta dell’Europa rispetto ai nostri programmi economici.
La lezione però, in Italia, dovrebbe arrivare anche dai giochi e per i giochi. Sì, perché l’approccio del Movimento populista del nostro paese, nel caso del gioco pubblico, è quello che ha caratterizzato le prime azioni del nuovo governo e del Movimento 5Stelle in particolare, che attraverso il Decreto Dignità ha portato a casa il suo primo Decreto legge, incentrato in larga parte proprio sul gioco; dopo aver dedicato gran parte della campagna elettorale su questo tema. Mantenendo le promesse fate ai cittadini, almeno sulla carta. Seppure a condizioni ben diverse da quelle che erano state proposte e raccontate prima. Proprio come nel caso del Regno Unito e di Brexit. Così la cancellazione totale del gioco d’azzardo dal nostro paese si è ridotta a un divieto di pubblicità. E la volontà di “liberare i cittadini dal vizio” più volte professata dai leader del Movimento (e rilanciata ancora oggi), è andata vieppiù sfumando, fino all’incredibile paradosso di vedere il governo emanare una nuova lotteria, quella dei corrispettivi, attuando una misura già ipotizzata negli anni precedenti ma alla quale nessuno governo aveva voluto dar seguito. Per varie ragioni. E, probabilmente, per una questione di decenza, morale e politica, vista la già eccessiva diffusione dell’offerta di gioco nella Penisola. Non che ci sia nulla di male nel cambiare idea, per carità, e nel commisurare le azioni politiche alla realtà dei fatti: anche se sembrava molto chiaro già da prima, quando certe misure ed azioni venivano millantate in campagna elettorale, che la loro applicazione sarebbe risultata praticamente impossibile. Ma tant’è. Quello che preoccupa, tuttavia, è che anche l’alternativa “light” (si fa per dire) individuata dal governo, cioè il divieto di ogni forma di pubblicità, appunto, comporta comunque conseguenze devastanti, non tanto e non solo per l’industria del gioco (che è fatta pur sempre di persone, imprese e quindi cittadini), ma anche per quella dell’editoria, dello sport e della cultura, visto che i mancati introiti delle sponsorizzazioni del gioco andranno a compromettere tutte queste attività. Senza contare, poi, le difficoltà nella gestione burocratica e amministrativa di certe restrizioni, che oltre a ingessare alcuni pezzi dello Stato e della Pubblica amministrazione (si veda l’attesa infinita per avere le prime indicazioni da parte dell’Autorità garante delle comunicazioni sui criteri di applicabilità del divieto), promettono di ingolfare i tribunali del paese con una serie di immancabili contenziosi che scaturiranno da questa legge. Laddove il divieto di pubblicità sembra tradursi in una limitazione della libertà di impresa, in un settore che continua ad essere legale, ma trattato alla stregua di quello illegale. Col risultato, però, che viene messa sullo stesso piano l’offerta di gioco lecito da quella illecita: per un altro paradosso e rischio ingenerato dalla nuova legge, che non può passare inosservata e contro il quale andranno presi dei provvedimenti, prima che sia troppo tardi.
Intanto, tuttavia, le prime conseguenze negative legate al Decreto Dignità sono già arrivate e stanno arrivando. Sì, perché le società di gioco internazionali, per lo più quelle online e già presenti su gran parte dei mercati europei e mondiali, in virtù del divieto di pubblicità hanno già destinato altrove i propri budget pubblicitari che fino ai mesi scorsi andavano ad alimentare le varie industrie del nostro paese sopra citate. Essendo ormai giunti alla fine dell’anno, infatti, le aziende hanno ormai definito i piani per la prossima stagione e per l’Italia non sono più ammessi investimenti: con la conseguenza ulteriore che negli uffici italiani di certe aziende, dove lavorano varie persone negli ambiti di comunicazione o marketing, si assisterà a una serie di inevitabili tagli con la conseguente perdita di posti di lavoro. E senza neppure arrivare al presunto risultato di liberare gli italiani dal Demone dell’azzardo, visto che per i giocatori esiste sempre un’alternativa al gioco di Stato, che è quella del gioco illegale. Che c’era prima della bonifica eseguita agli arbori del Duemila con la legalizzazione del settore e sta tornando in voga oggi, giorno dopo giorno. Restrizione dopo restrizione. L’operazione dei giorni scorsi dell’Antimafia ha descritto un paese ancora alle prese con un’offerta illecita ampiamente diffusa, che trova terreno fertile proprio nelle restrizioni applicate al gioco legale. E allora, se l’uscita dall’Europa è divenuta presto, anche nel nostro paese, una “volontà di cambiare le regole dall’interno, discutendole insieme”, lo stesso potrebbe principio essere applicato anche nei confronti del gioco pubblico, magari aprendo anche qui un tavolo di lavoro e una trattativa, per migliorare le condizioni, ma senza annunciare soluzioni estreme, che non portano a niente di buono e rischi (quelli sì) molto concreti.

Gattuso-Salvini: i bookie lanciano la sfida. Il cambio di governo più probabile dell’esonero del rossonero

Lazio-Milan non è finita sul campo. Dopo il triplice fischio è nata infatti la polemica tra il tecnico dei rossoneri Gennaro Gattuso e il ministro dell’Interno Matteo Salvini. Al leader della Lega non sono piaciute le scelte tattiche dell’allenatore: “Gattuso è il miglior allenatore che il Milan possa avere e io ho parlato da tifoso. Diciamo che magari con qualche cambio sarebbe però finita in maniera diversa”. Gattuso ha ribadito invitando Salvini a “pensare alla politica che in Italia siamo messi male”. Una sfida dialettica che ha stimolato anche i bookmaker esteri. Chi tra i due sarà più bravo a mantenere saldo il proprio posto di lavoro? La crisi del governo gialloverde entro il 2019 e il nuovo voto ha una quota che vale 1,90, l’esonero di Gattuso nel 2019 vale invece 2,50: in pratica, è più in bilico la situazione di Salvini. La durata naturale del governo Lega-M5S, fino al 2023, è proposta invece a 5,00 volte la posta. lp/AGIMEG

Agipronews.it | Scommesse e cessione della rete, dalla Cassazione nuova sentenza a favore dei ctd Stanleybet

26/11/2018 | 11:18

 

scommesse cassazione stanleybet

ROMA – Dalla Corte di Cassazione arriva una nuova sentenza a favore dei centri scommesse collegati a bookmaker senza concessione. La Quarta sezione penale ha annullato con rinvio al Tribunale di Salerno l’ordinanza di sequestro disposta per un centro collegato alla società Stanleybet: la questione verteva ancora una volta sulla cessione gratuita della rete a fine concessione, la clausola contenuta nel bando Monti, giudicata dalla Corte di Giustizia Ue in contrasto con i principi comunitari. La Corte di Cassazione, applicando le indicazioni della Corte Ue, aveva rinviato ai singoli tribunali tutti i ricorsi relativi alla cessione gratuita: il nuovo giudizio avrebbe dovuto essere effettuato in base alle particolarità del singolo caso, valutando l’effettiva antieconomicità della clausola e quindi la potenziale discriminazione del bookmaker. Il caso era dunque tornato ai giudici salernitani, che anche nella nuova decisione avevano confermato la legittimità del sequestro. Per i giudici supremi, però la valutazione sull’antieconomicità non è stata svolta correttamente. Il Tribunale «avrebbe dovuto valutare la stessa alla stregua dei canoni stabiliti dalla giurisprudenza di legittimità a riguardo del sapere che si trae dall’applicazione di conoscenze scientifiche e/o tecniche», scrivono i giudici. Tuttavia, «il Tribunale ha opposto alle conclusioni dell’elaborazione tecnica l’evocazione del ‘fatto notorio’ che “l’attività di raccolta di scommesse ha prodotto negli ultimi anni per gli operatori economici attivi nei Paesi dell’Unione Europea un notevole profitto». Secondo la Cassazione è dunque giusta l’obiezione sollevata del titolare del centro, «che lamenta l’erroneo riferimento ai ricavi netti del singolo punto vendita piuttosto che a quelli della società». Le valutazioni del tribunale non «assumono valore risolutivo» e dunque il caso dovrà essere riesaminato dai giudici di Salerno. LL/Agipro