TAR su limitazioni orari giochi a Macerata: ‘La preparazione dei tabaccai sui temi della ludopatia non supera le difficoltà del controllo’

tabacchi

Il Tar delle Marche ha respinto il ricorso della Federazione Italiana Tabaccai contro il regolamento del Comune di Macerata che impone limiti orari alle attività di gioco.

Con il ricorso, la Federazione Italiana Tabaccai, associazione nazionale maggiormente rappresentativa della categoria dei rivenditori di generi di monopolio, unitamente a due titolari di tabaccherie con apparecchi con vincita in denaro ex art.110, comma 6 del TULPS, impugna l’ordinanza, sostenendone l’illegittimità per i seguenti motivi.

a) Violazione dell’art. 3 della legge n. 241del 1990, violazione dell’art. 5, comma 4, della legge della Regione Marche n. 3 del 2017, eccesso di potere sotto diversi profili.

Il provvedimento conterrebbe una motivazione generica e non sarebbe supportato né da un’adeguata istruttoria riferita all’area territoriale oggetto dell’intervento sindacale, né da comprovati ed attuali studi scientifici relativi al territorio comunale. Il difetto di istruttoria riguarderebbe anche la determinazione degli orari di chiusura, che prevede lunghe pause che danneggerebbero l’attività. Ciò varrebbe in particolare per gli esercizi di vendite di generi di monopolio, che non sono esclusivamente dediti all’attività di gioco, favorendo così gli esercenti che svolgono l’attività regolata in maniera esclusiva (ad.es. sale gioco e scommesse). Difatti l’ordinanza impone lo spegnimento degli apparecchi dalle ore 7,00 alle ore 10,00 e dalle ore 15,00 alle ore 20,00, per cui ridurrebbe, per le tabaccherie operanti nel Comune di Macerata a sole 3 ore (dalle 10,00 alle 13,00), l’accensione degli apparecchi da gioco durante il giorno. Peraltro i gestori, pur non esercitando in maniera esclusiva o prevalente le attività di cui agli articoli 88 e 110, comma 6, del TULPS, sono tenuti alla frequenza di periodici e obbligatori corsi di aggiornamento, per cui sono dotati di conoscenze che possono consentir loro di intervenire in maniera puntuale ove riscontrino comportamenti rilevanti a livello patologico;

b) Violazione del principio di legalità di cui all’articolo 1 della legge n. 689 del 1981, difetto di motivazione;

Da un raffronto tra le disposizioni statali, regionali e comunali emergerebbe l’esistenza di una “triplice” potestà sanzionatoria che non appare coerente rispetto agli interessi che l’ordinanza impugnata intende tutelare. Lo Stato, la Regione Marche e il Comune prevedrebbero, in particolare, sanzioni diverse per la violazione dell’obbligo di esposizione delle formule di avvertimento sul rischio di dipendenza dalla pratica di giochi con vincita in denaro. In particolare, il Sindaco di Macerata ha disposto che la violazione alle disposizioni previste dall’impugnata ordinanza comporti la sanzione amministrativa pecuniaria da un minimo di €. 2.000,00 ad un massimo di €. 12.000,00 (ai sensi dell’art. 14, comma 2, della Legge Regione Marche n. 3 del 2017), mentre la medesima legge regionale, per la specifica violazione, prevedrebbe l’applicazione di una sanzione amministrativa che va da un minimo di €. 1.000,00 a un massimo di €. 6.000,00. La normativa statale (comma 6 del D.L. n. 158 del 2012) sarebbe ancora differente sia nell’individuazione della violazione, sia nella determinazione della misura delle sanzioni. Ciò violerebbe i principi in materia di sanzioni amministrative, con particolare riferimento all’illegittimo esercizio della discrezionalità da parte del legislatore Regionale e del Comune.

Il ricorso è infondato ed è stato respinto

Nella pronuncia si legge che “riguardo al primo motivo, Collegio non può che rifarsi alla precedente decisione del Tribunale (7 gennaio 2019, n. 12) relativa proprio al provvedimento del Comune di Macerata impugnato con il ricorso in epigrafe.

In particolare va preliminarmente osservato che – alla luce degli indirizzi già assunti dalla giurisprudenza amministrativa (Cons. Stato, sez. V, 8 agosto 2018, n. 4867, che conferma TAR Piemonte, Torino, sez. II, 11 luglio 2017, n. 829; TAR Campania, Salerno, sez. I, 17 settembre 2018, n. 1291) – è legittimo il ricorso, nella materia de qua, al parametro legislativo costituito dall’art. 50, comma 7, del d.lgs. n. 267 del 2000 (TUEL).

Con riguardo all’affermato difetto di istruttoria e motivazione, la prova della gravità del fenomeno della ludopatia, che coinvolge, non diversamente da altri, il territorio marchigiano, è la stessa adozione della legge regionale delle Marche n. 3 del 2017, la cui finalità è quella della prevenzione e del trattamento del gioco d’azzardo patologico (GAP) e della dipendenza da nuove tecnologie e social network, nonché delle patologie correlate, con particolare riferimento alle fasce più deboli e maggiormente vulnerabili della popolazione (art. 1, comma 1), come individuate al successivo comma 2. È stato quindi il legislatore (prima nazionale e poi regionale) ad aver valutato che la tutela della salute pubblica, da attuarsi anche attraverso misure di contrasto alla ludopatia (nel senso più lato del termine), possa avvenire mediante limitazioni temporali all’utilizzo delle apparecchiature da gioco e all’accesso alle sale gioco (anche quando questo venga praticato tramite scommesse). Il provvedimento comunale impugnato, quindi, si pone come attuativo di tali indirizzi legislativi e, sotto il profilo motivazionale, poggia sulla stessa ratio sottesa ai citati provvedimenti normativi. In ogni modo, nell’ordinanza sindacale impugnata si dà adeguatamente conto della specifica situazione esistente nel territorio di Macerata, “frequentata da molti giovani provenienti anche dai paesi limitrofi che frequentano le scuole Superiori presenti in città e soprattutto da giovani provenienti anche da altre Regioni d’Italia che frequentano l’Università”. Il provvedimento inoltre è stato emanato sulla base dei dati e delle informazioni in possesso del Dipartimento Dipendenze Patologiche dell’ASUR dell’Area Vasta n. 3 e dell’Agenzia dei Monopoli di Stato, da cui risulta una diffusione di concessioni leggermente superiori alle medie nazionali e in esito alla ricerca condotta nel 2014 dalla Consulta Provinciale degli Studenti Medi, da cui emerge che il 68% di essi dichiara di aver giocato d’azzardo almeno una volta e che addirittura il 94% dei medesimi dichiara che, pur essendo minorenne, ha trovato esercenti, genitori o altri adulti che non hanno impedito loro di giocare. Detto supporto istruttorio e motivazionale risulta adeguato alle scelte assunte per realizzare l’obiettivo del contrasto alla ludopatia, obiettivo che, si ribadisce, è il medesimo che si intende perseguire anche a livello statale e regionale. Ancora, l’adozione dell’ordinanza è stata preceduta da diverse riunioni con gli enti e le associazioni di categoria nonché con l’ASUR competente (cfr. verbale n. 1 del 30 novembre 2017 e verbale n. 1 del 25 gennaio 2018), al fine di addivenire ad una soluzione condivisa – anche, possibilmente, attraverso il contemperamento degli opposti interessi – per l’attuazione degli interventi di cui alla legge regionale n. 3 del 2017 per il contrasto alla ludopatia.

Il motivo è infondato anche con riferimento all’affermata disparità di trattamento a sfavore dei titolari di rivendite di generi di monopolio. Innanzitutto, l’ordinanza impugnata è stata adottata dal Sindaco nell’esercizio legittimo delle proprie prerogative e competenze nella materia in esame (art. 50, comma 7, del TUEL e art. 5, comma 4, della legge regionale n. 3 del 2017). Con particolare riferimento a quest’ultima disposizione, la stessa prevede che le limitazioni orarie siano contenute nel limite delle dodici ore complessive giornaliere, limite che, nella fattispecie, è stato pienamente rispettato, collocandosi l’interruzione giornaliera stabilita dal Comune di Macerata ben al di sotto dell’interruzione massima consentita; peraltro, sebbene l’intesa del 7 settembre 2017 sancita in sede di Conferenza unificata Stato Regioni abbia previsto un limite di sei ore complessive di interruzione quotidiana al giorno, la stessa intesa ha tuttavia fatto salva l’efficacia delle disposizioni specifiche in materia, previste in ogni Regione o Provincia autonoma, che prevedono una tutela maggiore (tra cui si collocano, appunto, quelle dettate nella Regione Marche). Con l’adozione dell’ordinanza impugnata, quindi, è stato realizzato un equo contemperamento degli interessi economici degli imprenditori del settore con l’interesse pubblico a prevenire e contrastare i fenomeni di patologia sociale connessi al gioco compulsivo, non potendosi escludere che un’illimitata o incontrollata possibilità di accesso al gioco accresca il rischio di diffusione di fenomeni di dipendenza, con conseguenze pregiudizievoli sia sulla vita personale e familiare dei cittadini, sia a carico del servizio sanitario e dei servizi sociali, chiamati a contrastare patologie e situazioni di disagio connesse alle ludopatie. Tanto sulla scorta del canone secondo cui il principio di proporzionalità permette la limitazione dei diritti e delle libertà nella misura in cui ciò risulti indispensabile per proteggere gli interessi pubblici e per il tempo necessario e commisurato al raggiungimento dello scopo prefissato dalla legge (Tar Marche, n. 12/2919, citata).

Detto questo, nessuna ingiustificata disparità di trattamento emerge a danno dei cc.dd. “locali promiscui” rispetto alle sale gioco. A dimostrazione di ciò, nel ricorso n. 193 del 2018, in decisione in questa stessa udienza, viene contestata la disparità opposta (gli esercizi promiscui sarebbero favoriti per la possibilità di convogliare sui giochi la clientela presente nelle altre ore di apertura). In realtà, se non v’è dubbio che la determinazione delle ore di chiusura degli apparecchi da gioco costituisca l’esercizio di un potere discrezionale, è vero altresì – come nota giustamente il Comune – che altrettanto discrezionale è la determinazione dell’orario più vantaggioso per gli esercizi (per esempio l’orario continuato consente un maggior numero di ore di gioco per gli esercenti). L’ampia discrezionalità della scelta è confermata dal fatto che la giurisprudenza ha ritenuto legittima la previsione di orari più estesi a favore delle sale gioco (si veda TAR Toscana, 9 gennaio 2019, n. 23). Del resto, è vero che l’art. 24, comma 20, del decreto-legge n. 98 del 2011, convertito in legge n. 111 del 2011, vieta anche la partecipazione dei minori ai giochi pubblici con vincita di denaro, ma la circostanza che i minori possano comunque aver accesso ai locali, come quelli dei ricorrenti non specificamente dedicati al gioco o alle scommesse, può rendere più difficile il controllo dell’utilizzo degli apparecchi di gioco da parte dei minori; sotto altro profilo, nemmeno convince l’assunto dei ricorrenti secondo cui la specifica preparazione dei tabaccai sui temi della ludopatia sarebbe da sola idonea a superare la difficoltà di controllo suddetta.

Quanto sopra conferma il contenuto ampiamente discrezionale del potere esercitato dall’Amministrazione che, nel caso in esame, ha ritenuto di applicare le medesime limitazioni alle sale gioco e agli esercizi promiscui, per i quali potranno essere modulati orari di apertura e chiusura secondo le specifiche esigenze imprenditoriali, nel rispetto dell’impugnata ordinanza a tutela della salute pubblica.

Con riferimento al secondo motivo, potrebbe dubitarsi dell’attualità dell’interesse dei ricorrenti alla censura, dato che la stessa – relativamente alle sanzioni previste per violazioni dell’ordinanza – lamenta contrasti solo ipotetici con la normativa statale e regionale.

 In ogni caso è indubbio il potere del Sindaco di stabilire una sanzione per il mancato rispetto dell’ordinanza. Le prescrizioni dettate dal Sindaco per il rispetto degli orari di funzionamento degli apparecchi di gioco sono da ricondursi ai poteri attribuiti ex artt. 9 e 10, TULPS all’Autorità di P.S. e quindi legittimano l’irrogazione delle sanzioni, previste dal medesimo Testo unico qualora se ne rilevi l’inosservanza. Di conseguenza, un’interpretazione sostanzialistica e coerente con il potere riconosciuto in capo al Sindaco di fissare gli orari e quindi di imporre prescrizioni a carico dei soggetti autorizzati, appare idonea a legittimare anche il potere sanzionatorio necessario alla loro osservanza (Tar Lombardia – Brescia, 14 ottobre 2017, n. 1235). Ciò vale anche per le prescrizioni accessorie, quali quelle relative all’esposizione degli avvisi al pubblico.

 Alla luce delle considerazioni che precedono il ricorso deve essere respinto, sussistendo tuttavia giustificati motivi, stante la complessità delle questioni trattate, per compensare tra le parti le spese di giudizio”.

Fonte originale Jamma

 

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