Dal 18 allentamenti a macchia di leopardo. Il governo apre all’ipotesi di maggiore flessibilità nelle zone più a basso contagio dopo 2 settimane di test sulle riaperture.

Il pressing di governatori e Pd. Francia e Germania convincono Conte: “Siamo sulla strada giusta”. Battibecco con i sindaci del lodigiano

ANSA
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Dopo il piano omogeneo su tutto il territorio nazionale, l’asimmetria regionale. Il paese sta digerendo le poche libertà che l’ultimo decreto di Giuseppe Conte ha stabilito a partire dal 4 maggio, il governo ragiona già sui prossimi passi a partire dal 18 (il 17 scade l’efficacia delle disposizioni del dpcm). La pressione che ha investito Palazzo Chigi è stata notevole. Le opposizioni, ovviamente, tantissimi cittadini, ma anche un pezzo di maggioranza ha puntato il dito sulla timidezza delle scelte del governo. E a guidare il fronte delle rimostranze ci sono molti fra i governatori delle Regioni.

Domani spetterà a Francesco Boccia, insieme ai commissari Domenico Arcuri e Angelo Borrelli, domare il fronte di chi vuole spingersi più in là del perimetro definito dal governo. “Non verrà impegnata nessuna ordinanza”, spiega una fonte dell’esecutivo, facendo notare che manca meno di una settimana al 4, e non avrebbe senso una diatriba amministrativa per decretare l’inefficacia di misure che comunque diventerebbero operative lunedì prossimo su tutto il territorio nazionale.

Il tema di discussione è semplice: perché territori come quelli di Umbria, Sardegna, Valle d’Aosta, Calabria, Basilicata, Molise, Abruzzo, Friuli Venezia Giulia, Sicilia (per citare le Regioni che attualmente viaggiano al massimo intorno ai 2mila positivi, in alcuni casi molto meno) debbono sottostare a restrizioni pari a quelle di Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna e Veneto dove il contagio è molto più diffuso? Il premier, su questo spalleggiato sia da Boccia che da Roberto Speranza, ha sempre caldeggiato un piano nazionale uniforme, per evitare confusioni e mantenere il controllo della situazione. Da parte del Partito democratico si registrano i primi segnali di insofferenza. E’ Nicola Zingaretti ad aprire le danze, intervistato dal Corriere della Sera: “Mi permetto di suggerire al governo di affidarsi alle curve epidemiche per riavviare le attività di alcune categorie, come ristoranti, bar o, in generale, il commercio. Verificando anche la data del primo giugno che mi pare molto lontana”. Molto più esplicito il vicesegretario Andrea Orlando: “E’ ragionevole pensare a forme di accelerazione della ripresa nelle realtà dove la curva epidemica è più bassa”.

In queste ore Palazzo Chigi non esclude una regionalizzazione delle scelte. Le due settimane successive al 4 maggio per Conte sono un test di quel che succederà riaprendo un pezzo del paese. Ma dopo i primi giorni successivi alle nuove misure fonti vicine al premier la definiscono “un’ipotesi su cui si può lavorare, monitorando ogni giorno i dati”. Proprio oggi Conte è stato a Lodi, dove ha incontrato una decina di sindaci della prima zona rossa. I primi cittadini della Lega lo hanno incalzato sui ritardi del governo, sia nel realizzare la necessità di imporre il lockdown, sia nella gestione dell’emergenza. Un battibecco, sia pur in termini sempre civili, cui Conte ha risposto con fermezza.

Il premier non è rimasto contento della conferenza stampa di domenica sera. Raccontano che il punto stampa convocato lunedì al suo arrivo a Milano sia stato anche un modo per metterci una pezza. Ma i dati dell’innalzamento del tasso di contagio in Germania e del rinvio delle aperture in Francia lo hanno persuaso di essere sulla strada giusta. Dolorosa ma giusta. Puntuta la risposta a Matteo Renzi, che spinge per sbloccare di più di quel che è stato deciso: “E’ libertà d’opinione, a me tocca decidere”.

Al suo ritorno a Roma lo aspettano i nodi ancora insoluti in vista del 4. Sulle messe il messaggio di “obbedienza” alle regole di Papa Francesco ha raffreddato la situazione incandescente. Le funzioni religiose dovrebbero avere il via libera dall′11 con i protocolli speciali in queste ore allo studio, in modo tale da spostare le prime messe domenicali il 17, anche se un robusto pezzo di maggioranza spinge per procrastinare il tutto di una settimana. Sui “congiunti” e da chi si potrà andare da lunedì prossimo gli uffici di Palazzo Chigi e del Viminale stanno approntando una circolare interpretativa. Il problema più spinoso rimane quello dei trasporti. I presidenti di Agens (Agenzia confederale dei Trasporti e Servizi) e Asstra (Associazione dei trasporti che riunisce il tpl di tutta Italia) hanno scritto alla ministra Paola De Micheli: “Il distanziamento ipotizzato di 1 metro per la Fase 2 limita la capacità del sistema dei trasporti di persone al 25-30 per cento del numero di passeggeri trasportati in condizioni di normalità”. Traduzione: anche con un flusso limitato di persone, i mezzi e le aree di sosta non sono attrezzate per far rispettare le distanze di sicurezza.

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